Scuola privata e precarietà
Il lavoro negato
Massimo Mari

 

Ad oltre un anno di distanza dall’entrata in vigore delle novità legislative in materia di mercato del lavoro, introdotte dal Governo con la legge 30/03 e con i decreti attuativi, è possibile tracciare un primo bilancio che comunque conferma il giudizio negativo espresso dalla Cgil.
Il dato che emerge in maniera incontrovertibile è rappresentato dal fatto che le novità legislative introdotte, unitamente alle scelte di politica economica e sociale, non hanno prodotto quei risultati e quegli obiettivi sbandierati dal Governo. Non hanno arrestato il declino industriale, non hanno reso il mercato del lavoro più equo e trasparente, non hanno favorito lo sviluppo economico e la crescita della produttività, non hanno ridato competitività al sistema delle imprese, non hanno rilanciato i consumi, non hanno favorito la crescita di occupazione regolare e non hanno rafforzato la coesione sociale.
La ricetta della destra, disegnata con il programma di Parma insieme al vertice di Confindustria di allora e portata avanti con testardaggine dal Governo, non ha consentito al nostro paese di uscire dalla crisi: benché in presenza di una di congiuntura economica favorevole, ha accelerato i processi di delocalizzazione di importanti settori produttivi, ha alimentato il declino industriale, ha frantumato il mercato del lavoro rendendolo più fragile e più esposto a fenomeni di deregulation e di dumping, ha reso più precario il lavoro a danno del lavoro stabile, ha impoverito le fasce di reddito più deboli del nostro paese, ha reso più incerto il futuro delle nuove e delle vecchie generazioni.
Insomma non bisogna essere esperti in economia per capire che ci troviamo di fronte ad una profonda crisi economica, forse la più grave degli ultimi trent’anni, che assume sempre più i connotati di crisi strutturale e che può essere affrontata e superata solo con una politica economica e sociale diversa da quella adottata dal Governo.
Della necessità di un’inversione di tendenza della politica economica e sociale stanno prendendo coscienza anche gli stessi industriali come dimostrano la recente intesa raggiunta con le organizzazioni sindacali per il Mezzogiorno e i richiami del presidente della Confindustria a fare sistema per contrastare il declino del nostro sistema produttivo ed economico.
Intanto si va affermando nell’opinione pubblica, nella società civile e nel mondo del lavoro la certezza che il teorema della destra, fondato sull’idea che una deregolamentazione del mercato del lavoro possa generare sviluppo, buona occupazione, emersione dal lavoro nero, è drammaticamente fallimentare.
Gli effetti della frammentazione del mercato del lavoro introdotte dalla controriforma Maroni sono sotto gli occhi di tutti. Soprattutto nei settori produttivi più deboli ed esposti al ricatto del mercato, i fenomeni di preoccupante destabilizzazione del lavoro a tempo indeterminato a vantaggio del lavoro instabile e precario sono drammaticamente evidenti.
Nella scuola, nella formazione, nell’università e nella ricerca - per limitarci ai settori che la Flc Cgil organizziamo - sono in costante aumento fenomeni di precarizzazione del lavoro e della sua organizzazione che passano attraverso il ricorso a tipologie contrattuali più variegate generano non solo un abbassamento delle tutele e delle condizioni dei lavoratori, ma una pericolosa involuzione del servizio e del sistema sia in termini sia quantitativi che qualitativi.

Le tutele deboli

In un contesto come quello appena descritto le condizioni di vita e di lavoro del personale occupato a vario titolo nelle istituzioni scolastiche e formative private sono peggiorate progressivamente. Alle tradizionali incertezze, alle vecchie contraddizioni e alle antiche discrasie se ne sono aggiunte di nuove e più preoccupanti per il futuro destino lavorativo di oltre centomila lavoratori.
Da oltre un decennio la scuola privata italiana complessivamente intesa, sia curricolare sia extracurricolare, è attraversata da una profonda crisi strutturale che ne ha drasticamente ridimensionato sia la consistenza che l’incidenza.
Se si esclude la scuola dell’infanzia (copre il 34,8% della popolazione scolastica) che ha una storia e caratterstiche peculiari, le scuole private curriculari, paritarie e non, di primo e secondo grado accolgono rispettivamente il 6,9% per l’elementare, il 3,5% per la media e il 5,7% per la superiore della popolazione scolastica dei rispettivi ordini di studio. Un trend decisamente negativo rispetto al passato, sia in valori assoluti che in termini percentuali, destinato a consolidarsi anche per i prossimi anni nonostante la parità scolastica.
La drastica riduzione della domanda ha prodotto, come conseguenza, la chiusura di numerosi corsi, classi e, spesso, di interi istituti con inevitabili ripercussioni sul versante dell’occupazione. Sono migliaia i lavoratori - docenti, non docenti e direttivi - che in questi anni hanno perso il posto di lavoro o hanno visto ridotto il loro orario di lavoro passando, nella migliore delle ipotesi, dal tempo pieno ad un part-time forzato vedendo, così, ridimensionati i loro redditi e le loro condizioni lavorative.
Nonostante la presenza radicata dei contratti collettivi in un sistema dalle tutele deboli (dimensione aziendale, assenza di ammortizzatori sociali, basso tasso di sindacalizzazione, sacche diffuse di lavoro nero e irregolare, presenza di contratti di sottotutela, ricatto occupazionale, elevato turn over) è prevalsa nelle istituzioni scolastiche private la logica tutta padronale di far ricadere i costi della crisi direttamente sul costo del lavoro, quindi sui lavoratori. Piuttosto che elevare e ampliare la qualità dell’offerta formativa per rendere più competitive le imprese, si è puntato sulla concorrenza a ribasso individuando nella drastica riduzione del costo del lavoro la strategia per uscire dalla crisi.
Questa scelta, ancora in atto, si è concretizzata e si concretizza attraverso il ricorso, spesso in maniera distorta e illegittima, a tutte quelle forme e possibilità di lavoro messe a disposizione dalla legislazione, vecchia e nuova, aventi un unico denominatore comune: la riduzione dei costi e l’abbattimento delle tutele contrattuali soprattutto da parte di quelle scuole non aderenti alle associazioni padronali firmatarie dei Ccnl.

I contratti collettivi

In un settore produttivo già di per sé fragile, come quello della scuola privata, legato alla spietata legge della domanda e dell’offerta, con l’acutizzarsi della crisi si sono affermati fenomeni involutivi preoccupanti anche sul versante dei diritti e con una precarizzazione diffusa del lavoro.
Nell’arco della sua “breve” storia, iniziata nel 1978, la contrattazione collettiva si è dipanata prima con la firma dei tre attuali Ccnl da parte del sindacalismo confederale con le associazioni padronali e datoriali, laiche e religiose, di Aninsei, Agidae e Fism e successivamente con il loro consolidamento.
Nonostante gli sforzi compiuti dal sindacalismo confederale di riunificare sotto un’unica contrattazione collettiva i tre Ccnl, è prevalso da parte delle controparti datoriali e padronali la volontà e la scelta politica di mantenere distinta e separata la contrattazione sia per via delle differenti finalità e interessi sia per via delle diverse storie contrattuali. Cosicché i contratti, pur avendo la stessa ossatura e gran parte degli istituti contrattuali in comune, hanno mantenuta inalterata la loro distinzione.
Nell’ultima tornata contrattuale 2002-2005, conclusasi con la firma di rinnovo del secondo biennio economico, le retribuzioni del personale hanno avuto una rivalutazione ben al di sopra dell’inflazione reale. Benché il divario con le retribuzioni del personale in servizio nelle scuole statali rimane ancora distante è stata registrata un’inversione di tendenza ovvero l’inizio di un processo che deve coinvolgere l’intero sistema della scuola non statale privata se effettivamente vuole rinnovarsi e puntare sulla qualità.
Per quanto riguarda la normativa i contratti hanno recepito e regolamentato le novità introdotte dalle disposizioni sul lavoro prima dell’avvento della legge 30 quali i contratti a tempo determinato, il part-time, il lavoro interinale, l’apprendistato, i contratti di formazione e lavoro, i contratti di riallineamento, i contratti di solidarietà, i trasferimenti d’azienda e di ramo d’azienda, i contratti di solidarietà difensivi, il lavoro ripartito e il ricorso alla prestazione autonoma nella sua articolazione coordinata e continuativa in coerenza con la legge di parità.
A proposito dell’uso della prestazione autonoma va ricordato che la legge di parità (ex legge 62/2000) prevede che le scuole paritarie possano utilizzare personale docente, nella misura massima del 25% del complesso delle prestazioni di docenza, con contratti di prestazione d’opera. Tale previsione legislativa è stata regolamentata: nelle scuole private paritarie laiche con uno specifico accordo siglato con l’Aninsei in cui vengono definiti alcuni diritti del collaboratore (libertà sindacali, corrispettivo non inferiore alla quota oraria contrattuale lorda, malattia, riposi ecc.); nelle scuole religiose con uno specifico accordo con l’Agidae in cui viene escluso il ricorso al lavoro autonomo per tutta l’area curriculare.
Dentro l’orizzonte contrattuale appena richiamato sono intervenute le nuove disposizioni in tema di mercato del lavoro a seguito dell’emanazione del D.Lgs 276/2003, attuativo della legge 30/2003. In occasione del rinnovo del secondo biennio le organizzazioni sindacali e le controparti padronali hanno confermato le norme contrattuali in vigore, in quanto compatibili, e di rimandare il confronto sulle nuove disposizioni. Unica eccezione l’accordo raggiunto con l’Aninsei sulla proroga dell’uso delle coordinate e continuative in essere e sull’estensione dell’accordo sulle stesse, ivi comprese le proroghe, anche per i docenti in servizio nelle scuole non paritarie, nella prospettiva di un’armonizzazione con la nuova disciplina del contratto a progetto.
Per completezza, va sottolineato che da qualche anno circola nel settore della scuola privata laica un contratto nazionale di sottotutela stipulato tra la Filins, un’associazione padronale scarsamente rappresentativa, e le associazioni sindacali dell’Ugl e della Cisal. La presenza di questo contratto collettivo, che contempla condizioni normative ed economiche inferiori ai tradizionali contratti nazionali, ha dato vita, come prevedibile, ad un pericoloso fenomeno di dumping che nel corso degli ultimi anni si è andato progressivamente allargando soprattutto a danno delle scuole più in regola. Infatti un numero elevato di istituti, benché non in presenza di uno stato di crisi, ha riversato la propria attenzione a questo soggetto contrattuale per via del costo del lavoro più basso (30%) rispetto al Ccnl Aninsei e per via della maggiore flessibilità. Furono queste le motivazioni che indussero nel 2003 la Fiinsei, un’associazione padronale “storica” presente soprattutto nel Nord Italia, ad uscire dal negoziato e ad aderire al contratto della Filins.
A proposito di quest’ultima associazione vale la pena ricordare il tentativo, all’indomani della legge di parità, di far passare un accordo collettivo sulle prestazioni coordinate e continuative siglato con le solite organizzazioni sindacali della Ugl e della Cisal come contratto collettivo nazionale e quindi applicabile nelle scuole paritarie a tutti i docenti indipendentemente dal vincolo del 25% imposto dalla legge 62/2000. Teorema bocciato sia dal Miur che dall’Avvocatura Generale dello Stato a seguito di un intervento delle organizzazioni sindacali confederali della scuola. Si trattava del palese tentativo di aggirare il dispositivo dell’applicazione dei contratti collettivi di lavoro per il personale, vincolante per il riconoscimento dello status di scuola paritaria.

La precarizzazione nella scuola religiosa

Prima di avventurarci su come il rapporto di lavoro del personale delle private stia paurosamente precipitando verso una generalizzata precarizzazione articolata nelle sue varie forme, va segnalato un duplice atteggiamento da parte dei gestori, a seconda che si tratti di scuola laica o scuola religiosa. Più che una secca distinzione, è una tendenza dovuta ad un differente governo delle dinamiche di mutamento da parte delle associazioni padronali Le scuole religiose aderenti all’Agidae - e ciò vale per certi versi anche per le scuole materne aderenti alla Fism - sono attive nei processi di ristrutturazione dentro le maglie larghe che l’attuale normativa consente, con l’appoggio, in molte circostanze, della stessa associazione.
Verso la fine degli anni Novanta con l’approssimarsi del Giubileo 2000 e approfittando del costante calo della popolazione scolastica, la tendenza degli istituti è stata quella di dismettere definitivamente l’attività scolastica e trasformare in altra destinazione d’uso le loro strutture. Al posto di scuole anche prestigiose sono sorti centri di accoglienza e alberghi per i pellegrini, o semplicemente sono stati affittati i locali ad altri soggetti. Ciò ha significato licenziamenti collettivi; solo in circostanze particolari e grazie all’intervento del sindacato, è stato possibile ricollocare il solo personale ausiliario.
In coincidenza con l’avvento della legge di parità gli enti gestori si sono orientati diversamente. Pur in presenza del calo della domanda ma attratti dalla possibilità di una evoluzione anche economica della parità scolastica, gli istituti hanno continuato ad esercitare direttamente o indirettamente l’attività scolastica ovviamente con un numero ridotto di personale.
Il calo delle classi ha determinato per i docenti il licenziamento o la riduzione delle ore contrattuali passando, in quest’ultima circostanza, da full-time a part-time con una consequenziale riduzione della retribuzione. Il fenomeno di un part-time forzato e diffuso, soprattutto nella secondaria di primo e secondo grado, è diventato una costante, mentre il tempo pieno è stato relegato ad una condizione di residualità. Per quanto riguarda, invece, i servizi (ausiliari, pulizia, mensa, bus ecc.) si è proceduto ad una loro diffusa esternalizzazione mediante l’appalto o la cessione del ramo d’azienda a ditte esterne che, nel migliore dei casi, hanno mantenuto il personale in servizio con analoghe condizioni economiche. Processi questi resi ancor più facili dalle nuove disposizioni introdotte dal D.lgs 276/2003. su appalti, cessioni di rami d’azienda e fine del divieto di intermediazione di manodopera.
La tradizionale filiera della scuola cattolica, fortemente speculare a quella statale, è stata frantumata e spezzettata in altrettanti rami di attività completamente autonomi con la conseguente riduzione delle tutele: abbassamento degli occupati al di sotto dei 16 dipendenti per poter così aggirare la tutela reale, mano libera nei processi di controllo delle rivendicazioni, aumento dei profitti, aggiramento delle assunzioni obbligatorie, impedimento di forme sindacali organizzate, riduzione dei costi contrattuali, diffusione del contratto a termine ecc.
I processi di ristrutturazione e di riconversione delle istituzioni scolastiche cattoliche si dispiegano anche in altre direzioni. Il disimpegno dall’attività scolastica da parte degli enti religiosi si è esplicato, anche, attraverso la cessione dell’intera azienda a soggetti terzi, per lo più cooperative legate a “Comunione e liberazione” o costituite ad hoc dalle congregazioni stesse. Questo sta determinando un cambiamento sostanziale della tradizionale ossatura della scuola cattolica. Per il personale tale mutazione giuridica comporta una sostanziale trasformazione della natura giuridica della prestazione: si passa da lavoratori dipendenti a soci lavoratori. Anche in questa circostanza la condizione lavorativa del personale cambia radicalmente in quanto, nel nostro ordinamento, la condizione di socio lavoratore di una cooperativa è meno tutelata; basti pensare alle norme dei licenziamenti, alla possibilità di mutare in peius la condizione contrattuale di riferimento e all’obbligo del socio di essere coerente con i principi e le scelte, benché discutibili, del consiglio di amministrazione della cooperativa.
A fronte di questi processi e allo scopo di far fronte ai problemi di carattere occupazionale conseguenti, le organizzazioni sindacali confederali e autonome firmatarie del contratto hanno imposto, laddove la presenza organizzata dei lavoratori lo ha consentito, soluzioni diverse come il ricorso a contratti di solidarietà difensivi (in assenza dei tradizionali ammortizzatori sociali) o ad accordi sindacali che hanno mantenuto pressoché intatta la condizione lavorativa del personale. Sono rimaste fuori dalla possibilità di un governo sindacale dei processi di trasformazione tutte quelle realtà non organizzate e con un numero di dipendenti inferiore a 16 unità. In tali circostanze il mutamento della condizione lavorativa e contrattuale del personale si è dipanata nelle forme più variegate della flessibilità che vanno dall’applicazione diffusa del tempo determinato, alla trasformazione del rapporto di lavoro da subordinato a quello autonomo della partecipazione agli utili, fino ad arrivare al taglio delle retribuzioni.

La precarizzazione nella scuola laica

Se nella scuola religiosa, e in particolare nella scuola cattolica, i processi di precarizzazione del rapporto di lavoro sono avvenuti e avvengono dentro l’alveo del lavoro subordinato, nella scuola laica tali si muovono in una direzione sostanzialmente diversa investendo direttamente la natura stessa del lavoro.
Per una migliore comprensione dei fenomeni in questo segmento dell’istruzione e della formazione privata è necessario sottolineare alcune caratteristiche di fondo della scuola laica.
In primo luogo ci troviamo di fronte ad un vasto spettro di iniziative educative, formative e di istruzione che investono l’area sia curricolare che extracurricolare dove la scuola paritaria rappresenta il segmento di un composito e più vasto mondo.
In secondo luogo si tratta per lo più di imprese, nel senso giuridico e letterale del termine, che perseguono la logica del profitto: sono incardinate e soggette agli umori del mercato e spesso operano in regime di concorrenza tra di loro.
In terzo luogo, per loro natura, non sono incardinate in una ferrea disciplina di associazione padronale che ne detta gli orientamenti ma agiscono e si muovono in perfetta autonomia rispetto all’associazione cui aderiscono. Va detto che una parte consistente non si riconosce in alcuna forma associativa.
In un settore connotato, per lo più, da imprese di piccole e piccolissime dimensioni, la presenza di sacche di lavoro nero, irregolare e sottopagato, con forte accentuazione nelle aree del Centro sud ove il ricatto occupazionale è più evidente e più pesante, rappresenta storicamente, unitamente ai contratti di sottotutela, un fenomeno “congenito” e una pratica diffusa. Tutto ciò, però, non ha impedito una sostanziale estensione e rafforzamento del Ccnl Aninsei che, grazie anche all’attività vertenziale, individuale e collettiva, ha portato ad una sostanziale bonifica contrattuale una parte consistente delle scuole. Addirittura nelle realtà economicamente più salde e sane si è sviluppata un’interessante esperienza di contrattazione integrativa.
In un arco di tempo, collocabile tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, si è registrata un’inversione di tendenza accelerata e implementata nell’ultimo anno dalle nuove disposizioni legislative sul mercato del lavoro. In una realtà produttiva in crisi, esposta alla legge della domanda e dell’offerta e attraversata da fenomeni di dumping, allorquando viene data, per via legislativa e seppure dentro un orizzonte ambiguo e contraddittorio, la possibilità di ricorrere a forme di lavoro non standard è inevitabile la rincorsa delle aziende alla competitività al ribasso. I tradizionali strumenti, contrattuali e legislativi, vengono sostituiti con i nuovi perché meno costosi e meno vincolanti. Il dumping da circoscritto diventa strutturale e la precarizzazione dei rapporti di lavoro la costante.
L’avvento del lavoro parasubordinato ha determinato, con tutte le sue ambiguità e contraddizioni, uno sconvolgimento non indifferente. Progressivamente il ricorso a prestazioni coordinate e continuativa, con o senza partita Iva, e alle altre forme di lavoro autonomo ha sostituito il lavoro subordinato a tempo sia indeterminato che determinato a cominciare da quelle aziende che svolgevano attività non curricolare (corsi di recupero, scuole di lingua, corsi di cultura varia, ludoteche, corsi di formazione professionale ecc.) per poi investire, anche se con sorti diverse, la stessa area curricolare.
Certo, nelle realtà sindacalmente forti questi processi sono stati ampiamente osteggiati e controllati, anche grazie ad accordi specifici, ottenendo in alcuni casi significativi risultati.
Nelle realtà lavorative non organizzate o con un numero di dipendenti inferiore a 16 unità il lavoratore ha dovuto subire una radicale trasformazione della sua prestazione che da subordinata è diventata coordinata e continuativa pena la perdita del posto di lavoro. Insomma ad oggi i corsi di recupero e di preparazione agli esami (la maggior parte delle scuole di lingue), i corsi di formazione professionale e di cultura varia, e così via utilizzano in gran parte per l’attività di docenza personale a prestazione d’opera, o la vecchia coordinata o il nuovo contratto a progetto o altre forme di lavoro irregolare.
Nell’area curricolare la tendenza a ricorrere a prestazioni autonome, in varie forme e articolazioni, è tuttora presente nonostante i vincoli imposti dalla legge 62/2000 alle scuole paritarie. Abbiamo, in precedenza, ricordato il tentativo alla Filins di “spacciare” per contratto collettivo un accordo a livello nazionale sulle coordinate e continuative. Operazione per ora scongiurata. Nonostante ciò e nonostante i pronunciamenti della giurisprudenza ai massimi livelli (cfr. Cassazione, sentenza n. 5508 del 18 marzo 2004) continua da parte delle scuole paritarie laiche l’utilizzo indiscriminato e illegittimo del lavoro autonomo, ora nella sua variante di lavoro a progetto, e al di sopra dei limiti consentiti dalla legge di parità, grazie all’assenza di controlli soprattutto da parte dell’Amministrazione scolastica centrale e periferica. Non a caso il legislatore paritario ha imposto che una delle condizioni per il riconoscimento e mantenimento dello status di scuola paritaria fosse l’applicazione al personale dei contratti collettivi nazionali di lavoro e che il ricorso a prestazioni d’opera e volontarie, nella misura massima del 25%, fosse un’eccezione e non la regola.
Da questa breve e sommaria analisi sui rapporti di lavoro nel mondo della scuola e della formazione privata laica appare evidente che i processi di precarizzazione e la “deregolazione” siano ad uno stato più avanzato rispetto alla scuola cattolica e cristiana. Per avere una dimensione quantitativa e indicativa per approssimazione dell’entità del fenomeno possiamo prendere a riferimento, sebbene riferita al 2003, la statistica dell’Inps. Secondo l’Istituto i collaboratori iscritti alla gestione separata che operano all’interno del vasto mondo della formazione e dell’istruzione, complessivamente inteso, sono oltre 150 mila ossia il 6% del totale dei collaboratori, con una presenza più alta in termini percentuali e in valori assoluti nel Sud. Sebbene si tratti di numeri aggregati, possiamo tranquillamente affermare che ci troviamo davanti ad un fenomeno emblematico e preoccupante dove, almeno nel caso della formazione e dell’istruzione privata, viene confermata la tendenza a sostituire il lavoro dipendente tradizionale.

Effetti e prospettive

Con l’introduzione del contratto a progetto e le altre tipologie introdotte dalla legge 30 i processi di precarizzazione e di deregulation, se non contrastate, subiranno sicuramente una ulteriore impennata. Conseguentemente le condizioni dei lavoratori tenderanno a peggiorare, in termini di instabilità e di incertezza, non solo del presente ma anche del futuro lavorativo.
Gli sbandierati benefici che avrebbero prodotto le nuove disposizioni legislative sul mercato del lavoro con particolare riferimento al contratto a progetto sono ben lungi a venire. Dal nostro osservatorio, benché limitato ad un solo settore, abbiamo potuto constatare che le nuove forme di lavoro flessibile, compreso il lavoro a progetto, anziché far emergere il lavoro nero, stanno producendo l’effetto di proteggere e alimentare il sommerso dandogli una parvenza di legalità. Basti pensare agli effetti della cosiddetta certificazione e all’impossibilità da parte del lavoratore di poter rivendicare i propri diritti o al divieto di individuare nella contrattazione un quota minima di corrispettivo che è invece lasciata alla contrattazione individuale. Situazione questa addirittura peggiorativa rispetto alle stesse ex co.co.co.
Del resto, la stessa definizione di lavoro a progetto rappresenta il massimo dell’ambiguità e della contraddizione. Per come è disegnata la norma questa tipologia contrattuale può essere applicata e usata indistintamente in tutte le circostanze e senza limitazioni di sorta.
Non solo! Tutte le altre flessibilità introdotte dalla controriforma del mercato del lavoro, che prevedono un abbattimento dei costi e delle tutele, saranno ampiamente utilizzate a danno del lavoro stabile, del contratto collettivo e della qualità; basti ricordare la liberalizzazione degli appalti, la fine del divieto di intermediazione di manodopera e le altre tipologie contrattuali.
Come sta accadendo in altri settori produttivi, l’affermazione di queste dinamiche sta progressivamente portando la scuola privata, benché con accentuazioni diverse, verso un preoccupante declino connotato da un ampliamento del dumping che minaccia pericolosamente le realtà produttive più sane.
Lo schema di sviluppo, innescato con le disposizioni legislative ricordate e fondato sul rovesciamento esistente del rapporto tra tutele collettive e diritti individuali, non ha prodotto né sta producendo, anche in questo settore, alcun beneficio in termini di ampliamento dell’occupazione. Oltre alla precarizzazione a danno del lavoro stabile e alla perdita di posti di lavoro, si sta delineando un abbassamento generalizzato della qualità dei servizi, prevalendo esclusivamente l’aspetto speculativo. Il riemergere del vergognoso fenomeno dei diplomi facili, agevolato da permissivi e discutibili interventi legislativi della Moratti, rappresenta la punta dell’iceberg della mercificazione di istruzione e formazione. In una situazione in cui il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro è del tutto squilibrato a favore del secondo prende il sopravvento un modello di sviluppo povero nella qualità, nella partecipazione e nei diritti. E’, quindi, facilmente intuibile in quale clima il lavoratore della scuola privata è costretto a operare. Lo spettro della perdita del posto di lavoro e l’assenza di una alternativa immediata, anche per via di una diminuita capacità di assorbimento dei docenti da parte della scuola statale, la non diffusa sindacalizzazione rappresentano condizionamenti soggettivi e non indifferenti soprattutto nelle realtà più deboli e più esposte. Da qui la disponibilità ad accettare condizioni impensabili. A titolo esemplificativo vogliamo ricordare - ne ha parlato la stampa nazionale - il caso emblematico di una scuola paritaria di Napoli in cui il docente per ogni ora di lezione percepisce 1 euro. E ciò nella speranza di racimolare il punteggio per poi poter passare in un futuro più o meno prossimo alla scuola statale.
In questi ultimi tempi sta affiorando in maniera sempre più evidente, la difficoltà della politica del governo proprio a seguito dei disastri e delle contraddizioni introdotte con la riforma del mercato del lavoro. Questo non sta a significare che sia l’orizzonte la possibilità di una giusta e corretta inversione di rotta. Anzi, gli orientamenti prevalenti sono, nel Governo, di segno diametralmente opposto e in continuità con la linea della deregulation. Il perseverare nella cancellazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, il disimpegno di fatto nella lotta al lavoro nero e sommerso, le nuove e riduttive norme sugli ammottizzatori sociali, il tentativo di smantellare le disposizioni legislative su salute e sicurezza, sono indicatori e segnali dell’intenzione dell’esecutivo di operare con il solito ottuso e disastroso continuismo.
Il pericolo di introduzione di norme inefficaci, punitive e riduttive nella legislazione del lavoro non è ancora scongiurato. Quindi il movimento sindacale, complessivamente inteso, non può permettersi, in una fase come questa, di abbassare la guardia. Non ci si può limitare alla sola azione, benché meritoria, di arginare i processi deregolativi, né attestarsi alla sola difesa di pezzi del mondo del lavoro.
Al processo di precarizzazione e atomizzazione del mondo del lavoro e al complessivo disegno neoliberista è giusto ed è necessario reagire sul piano sociale, economico, politico e culturale.
Le straordinarie mobilitazioni degli ultimi due anni testimoniano che la società civile ha un’altra visione della persona e della società a partire dalla centralità, dalla dignità e dalla valorizzazione del lavoro. Valorizzare il lavoro vuole dire riconoscerne ed esaltarne la sua funzione sociale in quanto cardine principale per una cittadinanza attiva e consapevole. Vuol dire, ancora, allargare l’area delle tutele e dei diritti, complessivamente intesi, dentro e fuori i luoghi di lavoro anche per coloro che oggi ne sono privi.
Per l’estensione dei diritti e delle tutele a tutti i lavori, tradizionali e non, diventa centrale il ruolo della contrattazione collettiva intesa anche come strumento per la realizzazione di una ricomposizione del mondo del lavoro. Da qui la centralità del contratto di lavoro e dei suoi valori solidaristici che non può non prescindere da una rappresentanza di tutti i lavori. Infine è centrale l’applicazione del welfare ai lavoratori atipici.
L’azione contrattuale deve essere, però, affiancata da una coerente azione legislativa. Da un lato, vanno cancellate tutte quelle norme che precarizzano il rapporto di lavoro, indeboliscono e frantumano l’impresa, sviliscono la contrattazione. Dall’altro, vanno introdotte nuove norme più avanzate ove il contratto collettivo e la contrattazione, il lavoro a tempo indeterminato, il diritto alla formazione, l’individuazione di diritti universali per tutti, l’estensione dell’area degli ammortizzatori sociali e la lotta al lavoro nero e irregolare siano centrali.
Solo attraverso questo duplice intervento è possibile ricondurre la flessibilità da fattore di dumping a elemento dei processi di evoluzione e innovazione dei modelli organizzativi in grado di valorizzare il lavoro dentro una definizione certa di diritti e di tutele.

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