Le stagioni della vita e l’economia
L’adultità. Infanzia addio?
Franco Frabboni
Con l'esordio del ventunesimo secolo, sul palcoscenico della formazione-duemila si recita giorno dopo giorno il copione-monologo dell'adultità. Come dire, microfono e voce sono destinati soltanto a questa stagione della vita. Questa, la lettura che diamo ad una pellicola delle età generazionali che, all'inizio del nuovo millennio, si è “bloccata” sull'età adulta.
L'età regina
Il romanzo della società delle “globalizzazioni” (dei mercati e della cultura) sta noiosamente narrando il trionfo e la liturgia dei sistemi produttivi macroespansivi, con la relativa massima conquista dei mercati e dei consumi. Siamo alla celebrazione del pagano “dio-maggiore” della razionalità economica. A partire da questa angusta e asfittica visione esistenziale e socioculturale, la stagione adulta viene oggi “ideologizzata” - dal totem economico - come l'età regina. E' la stagione della vita che conta di più perché dà le ruote al mercato del lavoro. In metafora, troneggia nel bel mezzo di un immobile sistema tolemaico, nel quale prende il volto di un “sole” (raffigura l'età dell'oro) che costringe le altre età generazionali - infanzia, adolescenza, giovinezza, senilità - a sopravvivere a fatica da “pianeti” dalla luce riflessa (raffigurano l'età del bronzo).
In particolare, i tre pianeti che temporalmente precedono l'avvento dell'adultità (pur facendo da corona al “sole”) sembrano colpiti da un destino comune. La precoce loro delegittimazione e minorità sociale e culturale, in quanto stagioni della vita flagellate dai venti gelidi che accelerano il precoce abbandono delle loro età generazionali. Questa condizione di progressivo loro svuotamento temporale è causata dall'abbandono “anticipato” della propria stagione evolutiva a cui li costringe il sole dell'adultità. In altre parole. La società “tutta-economia” sta ponendo lo scettro in mano all'adultità: simbolo di un'umanità che lavora-produce-guadagna-spende-consuma. La società mercantile considera virtuoso (un vero e proprio “gioiello-di famiglia”) questo modello di vita sociale, tanto da porlo - con compiacimento - sul collo della new economy. Le precedenti età generazionali - infanzia, adolescenza e giovinezza (la vecchiaia scompare dal monitor delle stagioni della vita socialmente legittimate) - vengono “scippate” dei loro diritti sociali e civili, nonché dei loro “vissuti” esistenziali più profondi. E consigliate ad anticipare-velocizzare - l'uscita dai propri stadi evolutivi, in modo da potere raggiungere al più presto quelli successivi. Fino ad entrare a vele spiegate nel paradisiaco luna-park dove campeggia l'adulto-lavoratore.
Questo atterraggio precoce dell'infanzia-adolescenza-giovinezza nel mondo dell'adulto porta a spegnere le diversità di cui sono portatrici le singole stagioni della vita. Piallare e omologare le “differenze” e le specificità generazionali significa aprire lo spettro - dai mefistofelici abiti mediatici - di un'umanità addomesticata, perché privata di una testa pensante e di un cuore sognante.
In una società che sta sublimando il totem dell'economia a divinità da venerare, l'adultità simboleggia - dunque - l'uomo “utile”, che produce febbrilmente e che consuma voracemente. Tanto da tramutarsi in una sorta di irresistibile calamita di attrazione e di simulazione per le altre età evolutive, a partire da quelle infantili. Alle quali inietta il virus dello sbarazzarsi in fretta della propria età generazionale, allo scopo di raggiungere al più presto il castello (magico? orcale?) dell'adultità. Questa attrazione fatale sottrae loro la possibilità di degustare fino all'ultima goccia (che richiede lentezza, e non “velocizzazione” esistenziale) il proprio mondo generazionale: ricco di progettualità, speranze, utopie.
L'infanzia - bonsai
Particolarmente debilitata da questa nuova Sars appare oggi l'età infantile. Sotto l'incalzare degli spot del ministro Moratti sembra accogliere l'insistente richiamo seduttivo delle sirene che cantano l'inno (truccato) di una scuola elementare “anticipata”: che ruba, brutalmente, un lembo - mezzo anno - di paradiso alla scuola dell'infanzia. L'appello che rivolgiamo ai genitori è quello di non farsi incantare dallo specchietto per le allodole della scolarizzazione anticipata. E di vigilare affinché non sia fatto indossare ai loro figli l'abito del sabato (confezionato nella sartoria degli indumenti “di-serie”: sono le vesti da indossare e da buttare a breve), che simboleggia - come nel campionato di calcio - la giornata degli “anticipi”. Al contrario, i genitori sono chiamati a fornire ai propri figli l'abito della domenica (confezionato nella sartoria degli indumenti “su-misura”: sono le vesti da indossare e da conservare).
In sintesi. Il giorno feriale che precede la domenica rischia di fare tramontare, nell'esistenziale dell'infanzia, la giornata della festa. Celebrare l'adultità come il “sole” che illumina i paesaggi della new economy - atrofizzando i “pianeti” che gli fanno da damigelle senza strascico - significa generare un'infanzia-bonsai: rimpicciolita in infanzia-nana, in tutto e per tutto simile all'adultità-gigante.
Questa società tutta-economia sembra riprodurre il mondo del pittore Fernando Botero, popolato di bambini che sembrano adulti e di genitori con l'espressione di chi non vorrebbe mai crescere (mai entrare nel tunnel senza ritorno della vecchiaia). Sono nature morte, che vivono nella “rotondità” (è l'umanità derisa da Nietzsche, perché simbolo dell'alienazione), accomunate tutte dalla stessa uniformità, da un'unica condizione di visibilità: l'essere in-serie.
Istruzione e mercato del lavoro
La corsa sfrenata verso l'adultità ha un'ulteriore tragica conseguenza. La scomparsa della creatività e del gioco nelle età evolutive che la precedono. Basti osservare le Indicazioni nazionali per i piani personalizzati (i Programmi) che accompagnano la legge-Moratti. Esprimono rimozione e censura verso una scuola colorata di fantasia e di avventura cognitiva. Troneggia piuttosto un'istruzione declinata sulle conoscenze “utili” e di immediato di uso-sociale, nonché sulle competenze gradite al mercato del lavoro. Sono le tre “i” dell'informatica, dell'inglese e dell'impresa, alle quali si destinano risorse, insegnanti specializzati, laboratori. Mentre le frecce dei Programmi scolastici del Governo di centro-destra mai mirano al bersaglio grosso delle conoscenze non-utili, prive di contropartite mercantili, spendibili nell'intero arco della vita. E non soltanto nella stagione del lavoro (nell'adultità).
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