Auschwitz: 60° della liberazione
Il ricordo tra rimozione e impegno
David Baldini
Sono trascorsi poco meno di cinque anni dall’approvazione anche in Italia del “Giorno della Memoria” (Legge 20 luglio 2000, n. 211, istituita “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”) ed è già tempo di bilanci. In realtà, la delicata questione connessa alla funzione sociale del ricordo era stata oggetto di riflessione critica subito dopo il varo della legge, a partire almeno da quando Barbara Spinelli parlava di “sonno della memoria”1 e lo studioso americano Norman G. Finkelstein si peritava di osservare che tutto quello che restava era “il fiacco, spoliticizzato linguaggio di ‘preoccupazioni’ e ‘memoria’”.2
Ma c’era anche dell’altro: non è mancato neppure chi, per scetticismo o mala fede, non esitava ad avanzare la stravagante proposta di abolire la celebrazione tout court. E ciò ad onta della dimensione europea dell’“evento” (così definito da Elie Wiesel): non a caso, anche Inghilterra e Germania, già prima di noi, avevano scelto il 27 gennaio (data della liberazione del Lager di Auschwitz) quale “Giorno della memoria”. Per gli “abrogazionisti”, insomma, il taglio netto era di gran lunga da preferire alle complicazioni (fin dall’inizio prevedibili) connesse alla faticosa definizione (formale e sostanziale) di una ritualità collettiva (con cadenza annuale), forzatamente complessa per via delle sempre cangianti condizioni politiche e sociali. E tuttavia una celebrazione pubblica, pur con i suoi inevitabili compromessi, è pur sempre da preferire - a nostro giudizio - al culto privato, o al silenzio. Questo sarebbe comunque, pur sempre, figlio delle tenebre e dell’oblio.
Oggi, confortati da una prospettiva di più lungo periodo (diciamo “lungo” solo in senso relativo, essendo trascorsi solo cinque anni dall’istituzione del “Giorno della memoria”), non ci sembra azzardato asserire che, se da una parte l’approvazione della legge ha finalmente coinvolto i giovani e le scuole, con relativa (e sia pur parziale) metabolizzazione dell’”indecenza del fatto nazista” (l’espressione è di Primo Levi), dall’altra l’istituzionalizzazione della “memoria” ha contribuito (ovviamente in maniera involontaria) al abbassarne, e di molto, la tensione morale e civile. L’“evento”, se non banalizzato, è stato di certo attenuato e diluito. Fortunatamente, non è stato però cancellato del tutto, o addirittura spento. E’ come se il ricordo, dapprima soffocato sotto la coltre di un ambiguo silenzio (sulla scorta di una politica che, perseguita nel secondo dopoguerra, si è poi protratta per tutti gli anni Sessanta), si fosse poi avviata - in modo precoce ed inatteso - verso una inarrestabile deriva: lenta ma costante, confusa ma riconoscibile. Il ricordo della liberazione del campo di Auschwitz, dunque, appare oggi singolarmente lontano nel tempo. Trascinato via con sé dal divenire della storia, l’“evento” - dopo un periodo di relativa “fortuna” - si è come opacizzato, fino ad ottundersi e a vanificarsi quasi del tutto. Le cause di tale processo di involuzione, che poi sono all’origine del dérapage (scivolamento), sono sia endogene che esogene.
Per quanto riguarda le ragioni endogene c’è da considerare, anche se la questione era da collocare nell’ordine delle cose, la scomparsa dei testimoni. I pochi sopravvissuti ai Lager nazisti, rimasti ancora in vita, riescono ormai a malapena ad esercitare la loro opera di testimonianza. Per di più, i loro diretti eredi, per discendenza di sangue o per affinità di ideali, sembrano (lo diciamo senza faziosità alcuna o spirito di polemica: l’argomento non lo consente) tra di loro separati e divisi. E tuttavia la shoah, fulcro riconosciuto di un “evento” cruciale della storia umana, nonché emblema di ogni sofferenza inferta dall’uomo al suo simile in spregio ai più elementari principi di civiltà e di solidarietà umana, è chiamata ancora ad assolvere una insostituibile funzione: quella, data la sua universale valenza, di rappresentare tutti i perseguitati, nessuno escluso. Essa è infatti comprensiva, oltre che del genocidio del popolo ebraico, dello sterminio di zingari e di omosessuali, di russi e polacchi, di resistenti di tutte le nazionalità e di antifascisti, di democratici e di cittadini comuni. E dunque, pur riconoscendo il prezzo altissimo pagato dal popolo ebraico, la shoah è patrimonio dell’umanità intera.
Ma, tra le ragioni endogene, vanno anche altresì menzionate quelle di natura antropologica o storica. Esse, riguardano l’eclissi dell’oralità ed investono tanto la vita di tutti i giorni quanto la qualità connessa all’attività culturale svolta negli ambienti accademici. Nota a tale proposito Edward Casey: “mentre, una volta, Mnemosine era una vera dea, noi abbiamo affidato la responsabilità di ricordare ai computer, che sono i nostri moderni idoli mnemonici. […] Un altro segno dei tempi è il fatto increscioso che il ricordare, come fondamentale pratica sociale, è scomparso dal nostro stile di vita”3. Non poco ha contribuito a tale dolorosa scomparsa quel processo di esteriorizzazione della memoria che - attraverso i musei, i monumenti, le banche dati - ha caratterizzato la vita di questi ultimi anni. Esso, se da una parte è stato positivo, dall’altra ha di fatto eroso, fino ad annientarle, tutte quelle varietà locali che, legate alla vita quotidiana, ne costituivano una ricchezza inesauribile.
Ciò vale per l’Italia, ma vale anche per la “civilissima” Europa, nel cui cuore la “soluzione finale” è stata orchestrata ed eseguita, a nostra perenne vergogna. L’esperienza non sembra però essere trascorsa invano. Il Vecchio Continente, posta finalmente fine alla cosiddetta “guerra civile europea”4, ha saputo recepire nella sua Costituzione principi e valori che da quella sono stati mutuati, nella convinzione che quanto è accaduto non debba mai più accadere.
Per quanto riguarda le ragioni esogene, invece, non v’è dubbio che la salvaguardia della “memoria” sia stata messa a dura prova, da un ventennio a questa parte, da un uso tutto politico (e dunque esterno, e dunque improprio) della storia, essenzialmente volto a snaturare la verità dei fatti. Alludiamo alla zelante opera dei cosiddetti “revisionisti”, eloquentemente espressasi nella cosiddetta Historikerstreit (disputa tra gli storici). Essa, iniziata nell’estate del 1986, riuscì a coinvolgere larghissimi strati dell’opinione pubblica tedesco-federale. La disputa, proseguita fino all’autunno del 1987, si è poi stancamente protratta anche negli anni successivi5, per giungere, ormai estenuata, fino ai nostri giorni. Pur di far passare a tutti i costi “il passato che non passava”6, perché imprigionato nelle leggi ferree della “memoria”e della verità, tali storici non si sono certo risparmiati, pur di conseguire il loro scopo: “far passare il passato”. La loro campagna di banalizzazione e di discredito sarebbe risultata - come è sotto gli occhi di tutti - devastante. Ancor oggi, non sappiamo però dire quanto grande sia stato l’ambito di questa devastazione. Sappiamo però, per esperienza acquisita, che, come sosteneva George Sorel, “per far crescere un bosco occorrono cento anni, per distruggerlo basta l’incendio di una sola notte”.
E tuttavia, a dimostrazione di quanto contraddittoria sia l’umana esistenza, tutta questa fase di distruzione avveniva contestualmente ad un fenomeno nuovo e di grande interesse. Qualche anno fa, Federico Cereja e Brunello Mantelli non mancavano di sottolineare: “iniziano a pubblicare i loro ricordi coloro che non l’avevano mai fatto prima”7. A questi nuovi contributi di scrittori, spesso d’occasione, vanno aggiunte le inchieste svolte attraverso questionari, commissionate ad Istituti specializzati (ad esempio la Doxa) o promosse da Enti locali, od anche da centri di ricerca (come ad esempio l’Aned). Eppure, redigendo il bilancio di un cinquantennio, i due studiosi aggiungevano che il problema storico della deportazione italiana “non è stato ancora studiato in modo soddisfacente […]. Quali sono gli interrogativi da sciogliere? Praticamente ancora tutti”.
Consapevoli di quanto delicata e complessa sia la questione della “memoria”, la nostra “Rivista” ha deciso di celebrare il sessantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz optando decisamente per una prospettiva europea e scegliendo un tema, la “gratutità del male”, che ci sembra possa fungere da punto di riferimento permanente rispetto ad una certezza assoluta: la violenza, in qualunque parte del mondo si manifesti, conserva sempre lo stesso volto inumano e mostruoso. Onde rendere evidente la nostra intenzione di unire, lì dove altri divide, su questo tema abbiamo deciso di mettere a confronto (sul prossimo numero di “VS la Rivista” le voci di due grandi testimoni europei, un italiano, Primo Levi, ed un francese, David Rousset.
E’ questo il nostro modo di essere fedeli alle vittime perseguitate, le uniche che sentiamo di dover ricordare, per debito di riconoscenza e per eredità di affetti, il 27 gennaio 2005, giornata di memoria e di celebrazione.
Note
1 Barbara Spinelli, Il sonno della memoria, Mondadori, Milano 2001.
2 Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Rizzoli, Milano 2002.
3 Edward Casey, cit. in John Gillis, Le famiglie ricordano. La pratica della memoria nella cultura contemporanea, contenuto in AA.VV., La memoria del nazismo nell’Europa di oggi, a cura di Leonardo Paggi, La Nuova Italia, Firenze 1997.
4 Si veda, su questo tema, AA.VV., Guerre fratricide, a cura di Gabriele Ranzato, Bollati Boringhieri, Torino 1994.
5 Nota Hans-Ulrich Wehler nella sua Premessa all’edizione italiana del suo libro Le mani sulla storia. Germania: riscrivere il passato?, Ponte Alle Grazie, Firenze 1989: “[…] in realtà non si è trattato di una disputa scientifica, bensì di una controversia spiccatamente politica, che ha investito in sostanza la posizione dei cittadini tedesco-occidentali di oggi rispetto al passato fascista di ieri e alla loro identità politica collettiva di domani” (il corsivo è nel testo).
6 Germania un passato che non passa è il titolo del libro di AA.VV., uscito in Italia a cura di Gian Enrico Rusconi, Einaudi, Torino 1987.
7 Federico Cereja e Brunello. Mantelli, La deportazione nei campi di sterminio nazisti, Franco Angeli, Milano 1986.
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